Zanele Muholi Artista Fotografa Attivista per i Diritti Civili


from Alessandro Costa
01 Aug 2022
Zanele Muholi

 Zanele Muholi (nato il 19 luglio 1972) è un artista e attivista visivo sudafricano che si occupa di fotografia, video e installazione. Il lavoro di Muholi si concentra su razza, genere e sessualità con un corpus di lavori che risale ai primi anni 2000, documentando e celebrando la vita delle comunità lesbiche, gay, transgender e intersessuali del Sud Africa (foto gallery). Muholi non è binario e usa loro/loro pronomi, spiegando che "sono solo umano".

Muholi è stato selezionato per il Deutsche Börse Photography Prize nel 2015. Ha ricevuto un Infinity Award dall'International Center of Photography nel 2016, un Chevalier de Ordre des Arts et des Lettres nel 2016 e una Honorary Fellowship della Royal Photographic Society nel 2018.

Le sue opere chiedono di soffermarsi per alcuni lunghi minuti ad osservarle, perché le sensazioni che possono scatenare sono a volte molto distanti tra loro o addirittura contrastanti ed occorre tempo per recepire che al di sopra di ogni aspetto esiste un livello decisamente umano delle immagini. 

Gli occhi di Zanele riflettono tutto il suo essere nero, nel suo pieno splendore, e molti di noi potrebbero trovarsi costretti a distogliere lo sguardo velocemente, perché porsi umanamente  davanti a quelle fotografie è un esercizio individuale molto complesso, che lascia una sensazione conturbante, quel senso di paragone decisamente scomodo nei confronti di una persona che si mette a nudo di fronte all'obiettivo, esponendosi totalmente oltre ogni misura del privato.

Occorre capacitare la nostra coscienza nella sua parte più logica e razionale, attraverso le motivazioni che la sostengono, per tentare di chiedersi, cosa provi una minoranza nel vivere ogni giorno la propria condizione, quella reale e fisica, percettiva ed ambientale. 

Umlazi in Sud Africa, è dove nasce Zanele Muholi, un paese che, attraverso la sua politica di rilocalizzazione, quasi tre milioni di sudafricani dal 1948 al 1985, porta l'apartheid ad un vero processo geografico. Si crea una radicale rimappatura nel paese, determinando un indissolubile legame tra soggetti e paesaggi razzializzati, dove le donne nere sono, all'interno di questa storia di discriminazione ed emarginazione, il motivo trainante delle opere della nostra fotografa.

Nel 2010 ecco cosa scrive nell’introduzione alla Mostra Faces & Phases:"Di fronte a tutte le sfide che le donne lesbiche nere incontrano ogni giorno, ho intrapreso un viaggio di attivismo concreto, per assicurare visibilità alla comunità queer nera. È importante marcare, mappare e preservare i nostri movimenti attraverso storie visive di riferimento per i posteri, in modo che le future generazioni possano sapere che siamo state qui". L'artista ha creato una visione nuova nel modo di osservare il mondo dove, nello spazio pubblico, è possibile creare una dialettica sulle differenti identità. Il rischio di rendere visibile l’immagine mancante è una forma di resistenza che denuncia la pratica diffusa dello stupro correttivo e, allo stesso tempo, da conto di sé (e del suo gruppo) nel duplice senso di raccontare di sé e di rendere conto a tutti. (Butler, 2005). La mostra vuole evidenziare ed esplorare le identità nere lesbiche attraverso il ritratto. “Una delle nostre esperienze collettive di dolore come comunità è la perdita di amiche e conoscenti a causa della malattia o dei crimini di odio”.

Sono state fotografate queste donne nelle loro case e fra loro ci sono anche vittime di odio, di conseguenza le immagini di questi ritratti diventano un luogo della memoria, facendone traccia esistenziale, spazi simbolici di storie che altrimenti non sarebbero raccontate ma negate ed oscurate, mentre qui invece attraverso i loro sguardi profondi queste donne si affermano in tutta la loro identità.

Il suo modo di creare e raccontare la distanza tra le leggi e il vissuto, tra l'esistenza di diritti riconosciuti e le pratiche violente di discriminazione, che si vivono in Sudafrica, è chiaramente espresso nelle sue opere e nei suoi discorsi "senza un’identità visuale, senza supporto, comunità e movimento. Dunque, è importante creare uno spazio visuale per le nostre storie all’interno del progetto di costruzione della nazione e all’interno di un sistema di archiviazione nazionale. È un atto politico di resistenza rischioso, poiché la patologizzazione sociale del desiderio delle lesbiche nere africane, la loro intimità e le loro relazioni continuano a esser causa di violazione e stupro dell’anima e del corpo" (2009).
Impegno  e memoria sono parti fondamentali del suo lavoro, difatti il suo modello sono i Lesbian Herstory Archives di New York creato da Joan Nestle scrittrice e attivista femminista lesbica. Tra le tante prese di posizioni di alcune scrittrici nere lesbiche, mancava, in realtà una rappresentazione visuale, dunque su questa assenza, l'artista attivista sudafricana ha concentrato tutta la sua immensa mole di lavoro. Naturalmente la carenza secondo Muholi, ovvero, la ragione che ha portato a crearsi questa notevole lacuna, è dovuta alle difficoltà d'accesso al sistema educativo, al mondo del lavoro, all'abitazione sicura, tutti questi aspetti non hanno permesso grandi cambiamenti di vita alle donne nere lesbiche del post-apartheid.

Esse, di fatto, continuano ad essere emarginate sia a livello economico-sociale, ma soprattutto spazialmente nelle stesse township dove vivevano durante l'era apartheid (2009).

Ciò che propone dal 2001 Zanele Muholi con il suo modo di fotografare, è sovvertire l'immagine di queste persone, dei loro corpi: da oggetti rappresentati a soggetti che producono la loro storia, perché  attraverso il mezzo visuale, il messaggio può essere compreso anche dagli illetterati.  Come possiamo osservare nelle varie opere si passa, dal gioco dello sguardo, come elemento dominante e si arriva ai corpi, il loro intreccio e lo spazio che li circonda, divenendone il soggetto principale.

Sulla serie Being, in cui i corpi sono protagonisti, Zanele Muholi,  nel 2007 pronunciò queste parole: «è un’esplorazione sia della nostra esistenza sia della nostra resistenza come lesbiche/donne che amano donne, come donne nere che viviamo le intersezioni delle nostre identità in un paese che sostiene l’eguaglianza per tutti all’interno della comunità LGBT e oltre».
In questa serie di foto viene raffigurato lo spazio privato all'interno delle mura domestiche, in cui l'artista riprende l'erotismo e la quotidianità delle lesbiche nere.

Le fotografie sono impostate su due visioni: quella dell'uguaglianza che opera sul comune agire delle pratiche della vita giornaliera aldilà dell'orientamento sessuale, poi quella che può caratterizzare la differenza dello spazio domestico, dove si rompe lo schema classico della donna eterosessuale come ruolo centrale, con la consapevolezza della reale condizione nello spazio privato di quell'affettività difficile da accettare in Sudafrica come in Italia. In Being, Muholi, rappresenta le donne nell’unico spazio sicuro dove esse possono agire, cioè quello domestico; le loro immagini ridisegnano l’archivio culturale delle rappresentazioni possibili. "Being" è una testimonianza visuale della comunità in cui Muholi vive e alla quale l’artista restituisce possibilità simboliche e di visualizzazione del sé. Queste fotografie vogliono smontare la stigmatizzazione dell’omosessualità come ‘non africana’ e rimettere in discussione la visione coloniale e patriarcale della donna nera come ipersessuata e necessariamente eterosessuale.

Quando osserviamo quelle immagini siamo spettatori di una persona che vive in una comunità reale e non di un modello, i movimenti verso lo spazio pubblico intrappolano lo sguardo quasi che sia impossibile sfuggirgli. 

È Muholi stessa che spiega cosa vuole far scattare:

«gli spettatori sono forzati a chiedersi a cosa assomigli
una lesbica; se ci sia un’estetica lesbica o se
si debba esprimere la propria identità genderizzata,
razzializzata e di classe in vari modi. Vorrei che l’osservatrice
si chieda se questa lesbica sia più autentica
di quell’altra, perché una veste una cravatta e l’altra
no; ed ancora si chieda se – la persona che ha di
fronte – sia un uomo o una donna o, ancora, una
trans; se possiamo identificare una sopravvissuta ad
uno stupro dai vestiti che indossa»

E’ nello sguardo diretto e deciso di queste donne, ma anche nella scelta dell’abbigliamento con cui si mostrano che veniamo travolti in questa familiarità ed estraneità del gioco di relazione tra fotografa e fotografata.