HOMO VIATOR

il viandante


di Alessandro Costa
18 Mar 2025
anno 2024
Dimensioni L50 x H60

Tecnica : tela acrilico/tempera

Il Viandante è colui che non si adagia, che non si accontenta, che non prende per buone le verità prefabbricate e le formulette preconfezionate; è colui che vuole andare al fondo delle cose, a qualsiasi costo, senza risparmiarsi e senza scoraggiarsi facilmente.

L’essere umano è, in quanto tale, fondamentalmente un «homo viator»: così lo vedevano i grandi teologi del Medioevo, un viandante in cammino lungo le strade del mondo, alla ricerca della sua vera patria, la celeste Patria perduta. Ribadiamo che il nostro presupposto è quello dell’homo capax Dei: ossia della capacità di conoscere il vero e del desiderio connaturale all’humanum di cogliere il senso ultimo e definitivo dell’esistenza (cf Fides et ratio n.102). Nella prospettiva dell’aspirazione e destinazione dell’essere umano alla visione-partecipazione alla stessa vita di Dio, tentiamo di sviluppare le nostre riflessioni partendo dal fatto che l’uomo è l’essere che si interroga, e non può non interrogarsi: chi sono? Da dove vengo e dove vado? Perché esiste il male? Cosa ci sarà dopo questa vita? Sono domande che disorientano, e per questo, di solito, vengono rimosse. Ma sono queste domande “serie”, in realtà, a rendere l’uomo veramente uomo, in quanto «è stato posto nel mondo alla ricerca di se stesso e del suo avvenire» (J. Alfaro), in obbedienza alla sua radicale apertura all’orizzonte infinito, a Dio, grazie alla potentia oboedientialis (cf K. Rahner) di cui è dotato. La questione del senso, vero “luogo della fede”, può essere rimossa, quando la cultura è incurvata sull’immanenza; ma non può essere elusa. Lungo la storia cambiano le modalità con cui la questione viene espressa e si presenta: ricerca del fondamento metafisico della realtà nella filosofia antica e medievale, questione antropologica nell’epoca moderna e problema della storia e del futuro nell’epoca contemporanea.

Il nostro “pensare sul confine” non è altro che vivere la consapevolezza del limite da cui siamo segnati, e della nostra illimitatezza che sola ci permette di esserne consapevoli. Porsi le domande sul senso significa porre in relazione realtà penultime con realtà ultime, in una dialettica tensionale del cammino umano tra finito e infinito, tra “già” e “non ancora”, tra creazione, redenzione ed escatologia, tra singolarità e universalità. Per cogliere la verità di questo nesso che ci pone sul penultimo e ci espone verso l’ultimo, basta considerare alcune dinamiche del nostro essere sempre in cammino per la trascendenza. La tensione del cammino dell’uomo tra il penultimo e l’ultimo, a nostro avviso, è l’attuale luogo teologico critico dove si gioca la fede cristiana dell’homo viator, essenzialmente un essere che cerca e che interroga. L’interrogare è illimitato, e prima o poi approda alle questioni ultime che non sono un privilegio dei pensatori di professione, ma una caratteristica dell’uomo in quanto tale. L'homo viator è dunque l'uomo in cammino verso una piena e definitiva partecipazione all'essere; è in ultima analisi l'uomo della speranza che, nel suo faticoso e talvolta doloroso percorrere le strade della vita, ha lo sguardo rivolto alla pienezza di una comunione ancora incompiuta e limitata che si realizza per mezzo e nell'amore; è colui che si assume la responsabilità e il rischio di affermare profeticamente questo essere insieme ancora “in farsi” e al tempo stesso già proiettato verso un compimento: la pienezza della comunione intersoggettiva. Il raccoglimento, quale ritorno alla sorgente, rappresenta «quasi un'anticipazione per quanto modesta di quell'evento non rappresentabile verso il quale ci stiamo dirigendo quasi a tentoni in un'oscurità pressoché completa» (DH, p. 99): la possibilità di ritrovarsi e riunirsi nell'essere.