A Proposito dei "Capelloni" Un Déjà vu?

"Scritti Corsari" 7 Gennaio 1973 Pier Paolo Pasolini


di Alessandro Costa
15 Nov 2022

 

Rileggendo il primo capitolo del libro "Scritti Corsari" di Pasolini, mi sono reso conto dei molteplici spunti di riflessione sulla realtà sociale contemporanea.

E' dedicato, in apparenza ad un evento di costume: i capelli lunghi portati dai giovani maschi a partire dagli anni Sessanta e Pasolini se ne interessa osservando e partendo dal corpo e dal linguaggio perchè il diffondersi e l'imporsi della moda dei capelli lunghi è uno di quei fenomeni in grado di comunicarci il senso del cambiamento.

Pasolini è convinto nella sua tesi, a ragione, che per ristrutturare il potere bisogna passare, prima che per le ideologie , per la modificazioni dei corpi di cui esse sono insieme causa ed effetto [1],molto più che non altri registri, come quello dell’omosessualità [2]. 

La trasformazione non avviene soltanto nella lingua, in particolare nell'italiano parlato e scritto, ma investire qualsiasi aspetto della realtà, sia nella società che nello stile di vita, dove lo scrittore analizza anche dal punto di vista antropologico del fenomeno, tutti i suoi aspetti più coinvolgenti di quel periodo storico.
Il capello lungo, fu una moda, che poi divenne simbolo di una condanna astiosa e indiscriminata contro i loro padri, che senza meno devono essere contestati. Il linguaggio del corpo dei giovani  si è elevato ad una barriera insormontabile, che li ha portati ad isolarsi, impedendo loro ad avere un rapporto dialettico, drammatico ed estremo, dando reale coscienza storica, superando i padri.

La dialettica come rapporto, come confronto e superamento con la Legge, per inverare il nuovo, ma nessuna adesione immediata alla detta "Legge", nè a quella dei padri, nè a quella che contesta l'autorità del Padre, può far andare avanti sul serio, ovvero far crescere...progredire.

Dal Testo

"GLI SCRITTI CORSARI DI PIER PAOLO PASOLINI" (Video)


Nel Corriere della Sera con titolo "Contro i capelli lunghi".

"La prima volta che ho visto i capelloni, è stato a Praga. Nella Hall dell'albergo dove alloggiavo sono entrati due giovani stranieri, con i capelli lunghi fino alle spalle. Sono passati attraverso la hall, hanno raggiunto un angolo un pò appartato e si sono seduti a un tavolo. Sono rimasti lì seduti per una mezzoretta, osservati dai clienti, tracui io; poi se ne sono andati. Sia passando attraverso la gente ammassata nella hall, sia stando seduti nel loro angolo appartato, i due non hanno detto parola (forse - benchè non lo ricordi - si sino bisbigliati qualcosa tra loro: ma, suppongo, qualcosa di strettamente pratico, inespressivo).

Essi , infatti, in quella particolare situazione - che era del tutto pubblica, o sociale, e, starei per dire, ufficiale - non avevano affatto bisogno di parlare. E lo era semplicemente, perchè la parola era superflua. I due, infatti, usavano per comunicare con gli astanti, con gli osservatori - coi loro fratelli di quel momento - un altro linguaggio che quello formato da parole. Ciò che sostituiva il tradizionale linguaggio verbale, rendendolo superfluo - e trovando del resto immediata collocazione nell'ampio dominio dei "segni", nell'ambito cioè della semiologia - era il linguaggio dei loro capelli.

Si trattava di un unico segno - appunto la lunghezza dei loro capelli cadenti sulle spalle - in cui erano concentrati tutti i possibili segni di un linguaggio articolato. Qual era il senso del loro messaggio silenzioso ed esclusivamente fisico?

Era questo: "Noi siamo due Capelloni. Apparteniamo a una nuova categoria umana che sta facendo la comparsa nel mondo in questi giorni, che ha il suo centro in America e che, in provincia (come per esempio - anzi, soprattutto - qui a Praga) è ignorata. Noi siamo per voi una Apparizione. Esercitiamo il nostro apostolato, già pieni di un sapere che ci colma e ci esaurisce totalmente. Non abbiamo nulla da aggiungere oralmente e razionalemente a ciò che fisicamente e ontologicamente dicono i nostri capelli. Il sapere che ci riempie, anche per tramite del nostro apostolato, apparterrà un giorno anche a voi. Per ora è una Novità, una grande Novità, che crea nel mondo, con lo scandalo, un'attesa: la quale non verrà tradita. I borghesi fanno bene a guardarci con odio e terrore, perchè ciò in cui consiste la lunghezza dei nostri capelli li contesta in assoluto. Ma non ci prendano per della gente maleducata e selvaggia: noi siamo ben consapevoli della nostra responsabilità. Noi non vi guardiamo, stiamo sulle nostre. Fate così anche voi, e attendete gli Eventi."

Io fui destinatario di questa comunicazione, e fui anche subito in grado di decifrarla: quel linguaggio privo di lessico, di grammatica e di sintassi, poteva essere appreso immediatamente, anche perchè, semiologicamente parlando, altro non era che una forma di quel "linguaggio della presenza fisica" che da sempre gli uomini sono in grado di usare.

Capii, e provai una immediata antipatia per quei due. Poi dovetti rimangiarmi l'antipatia, e difendere i capelloni dagli attacchi della polizia e dei fascisti: fui naturlamente, per principio, dalla parte del living Theatre, dei Beats ecc: e il principio che mi faceva stare dalla loro parte era un principio rigorosamente democratico. I capelloni diventarono abbastanza numerosi - come i primi cristiani: ma continuavano a essere misteriosamente sileziosi; i loro capelli lunghi erano il loro solo e vero linguaggio, e poco importava aggiungervi altro. Il loro parlare coincideva col essere. L'ineffabilità era l'ars retorica della loro protesta.

Cosa dicevano, col linguaggio inarticolato consistente nel segno monolitico dei capelli, i capelloni nel '66-67? Dicevano questo: "La civiltà consumistica ci ha nauseati. Noi protestiamo in modo radicale. Creiamo un anticorpo a tale civiltà, attraverso il rifiuto. Tutto pareva andare per il meglio, eh? La nostra generazione doveva essere una generazione di integrati? Ed ecco invece come si mettono in realtà le cose. Noi opponiamo la follia a un destino di "executives". Creiamo nuovi valori religiosi nell'entropia borghese, proprio nel momento in cui stava diventando perfettamente laica ed edonistica. Lo facciamo con un clamore e una violenza rivoluzionaria (violenza di non-violenti!) perchè la nostra critica verso la nostra società è totale e intrasigente." Non credo che, se interrogati secondo il sistema tradizionale del linguaggio verbale, essi sarebbero stati in grado di esprimere in modo così articolato l'assunto dei loro capelli: fatto sta che era questo che essi in sostanza esprimevano. Quanto a me, benchè sospettassi fin da allora che il loro "sistema di segni" fosse prodotto di una sottocultura di potere, e che la loro rivoluzione non marxista fosse sospetta, continuai per un pezzo a essere dalla loro parte, assumendoli almeno nell'elemento anarchico della mia ideologia. Il linguaggio di quei capelli, anche se ineffabilmente, esprimeva "cose" di Sinistra. Magari della Nuova Sinistra, nata dentro l'universo borghese (in una dialettica creata forse artificialemente da quella Mente che regola, al di fuori della coscienza dei Poteri particolari e storici, il destino della Borghesia). Venne il 1968. I Capelloni furono assorbiti dal Movimento Studentesco; sventolarono con le bandiere rosse sulle barricate. Il loro linguaggio esprimeva sempre più "cose" di Sinistra. (Che Guevara era capellone ecc.)

Nel 1969 - con la strage di Milano, la Mafia, gli emissari dei colonnelli greci, la complicità dei Ministri, la trama nera, i provocatori - i capelloni si erano enormemente diffusi: benchè non fossero ancora numericamente la maggioranza, lo erano però per il peso ideologico che essi avevano assunto. Ora i capelloni non erano più silenziosi: non delegavano al sistema segnico dei loro capelli la loro intera capacità comunicativa ed espressiva. Al contrario, la presenza fisica dei capelli era, in certo, declassata a funzione distintiva. E non dico verbale per puro caso. Anzi, lo sottolineo. Si è parlato tanto dal '68 al '70, tanto, che per un pezzo se ne potrà fare a meno: si è dato fondo alla verbalità, e il verbalismo è stata la nuova ars retorica della rivoluzione (gauchismo, malattia verbale del marxismo!).

Benchè i capelli - riassorbiti nella furia verbale - non parlassero più autonomamente ai destinatari frastornati, io trovai tuttavia la forza di acuire le mie capacità decodificatrici, e, nel fracasso, cercai di prestare ascolto al discorso silenzioso, evidentemente non interrotto, di quei capelli sempre più lunghi. Cosa dicevano, essi, ora? Dicevano: "Sì, è vero, diciamo cose di sinistra; il nostro senso - benchè puramente fiancheggiatore del senso dei messaggi verbali - è un senso Sinistra...   Ma... Ma...".

Il discorso dei capelli lunghi si fermava qui: lo dovevo integrare da solo. Con quel "ma" essi volevano evidentemente dire due cose: 1)"La nostra ineffabilità si rivela sempre più di tipo irrazionalistico e pragmatico: la preminenza che noi silenziosamente attribuiamo all'azione è di carattere sottoculturale, e quindi sostanzialemente di destra" 2) "Noi siamo stati adottati anche dai provocatori fascisti, che si mescolano ai rivoluzionari verbali (il verbalismo può portare però anche all'azione, soprattutto quando la mitizza): e costituiamo una maschera perfetta, non solo dal punto di vista fisico - il nostro disordinato fluire e ondeggiare tende a omologare tutte le facce - ma anche dal punto di vista culturale: infatti una sottocultura di Destra può benissimo essere confusa con una sottocultura di Sinistra".

Insomma capii che il linguaggio dei capelli lunghi non esprimeva più "cose" di Sinistra, ma esprimeva qualcosa di equivoco, Destra-Sinistra, che rendeva possibile la presenza dei provocatori. Una diecina d'anni fa, pensavo, tra noi della generazione precedente, un provocatore era quasi inconcebile (se non a patto che fosse un grandissimo attore): infatti la sua sottocultura si sarebbe distinta, anche fisicamente, dalla nostra cultura. L'avremmo conosciuto dagli occhi, dal naso, dai capelli! L'avremmo subito smascherato, e gli avremmo dato subito la lezione che meritava. Ora questo non è più possibile. Nessuno mai al mondo potrebbe distinguere dalla presenza fisica un rivoluzionario da un provocatore. Destra e Sinistrasi sono fisicamente fuse. Siamo arrivati al 1972. Ero, questo settembre, nella cittadina di Isfanhan, nel cuore della Persia. Paese sottosviluppato, come orrendamente si dice, ma, come altrettanto orrendamente si dice, in pieno decollo.

 

Sull'Isfahan di una decina di anni fa - una delle più belle città del mondo, se non chissà, la più bella - è nata una Isfahan nuova, moderna e bruttissima. Ma per le sue strade, al lavoro, o a passeggio, verso sera, si vedono i ragazzi che si vedevano in Italia una decina di anni fa: figli dignitosi e umili, con le loro belle nuche, le loro belle facce limpide sotto ciuffi innocenti. Ed ecco che una sera, camminando per la strada principale, vidi, tra tutti quei ragazzi antichi, bellissimi e pieni dell'antica dignità umana, due esseri mostruosi: non erano proprio dei capelloni, ma i loro capelli erano tagliati all'europea, lunghi di dietro, corti sulla fronte, resi stopposi dal tiraggio, appicicati artificialemente intorno al viso con due laidi ciuffetti sopra le orecchie.

Che cosa dicevano questi loro capelli? Dicevano: "Noi non apparteniamo al numero di questi morti di fame, di questi poveracci sottosviluppati, rimasti indietro alle età barbariche! Noi siamo impiegati di banca, studenti, figli di gente arricchita che lavora nelle società petrolifere; conosciamo l'Europa, abbiamo letto. Noi siamo dei borghesi: ed ecco qui i nostri capelli lunghi che testimoniano la nostra modernità internazionale di privilegiati!"

Quei capelli lunghi alludevano dunque a "Cose" di Destra. Il ciclo si è compiuto. La sottocultura al potere ha assorbito la sottocultura all'opposizione e l'ha fatta propria: con diabolica abilità ne ha fatto pazientemente una moda, che, se non si può proprio dire fascista nel senso classico della parola, è però di una "estrema destra" reale. Concludo amaramente. Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di una ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenari, da imbroglioni, da ben pensanti teppisti. Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri - che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente - alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l'isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico. Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico - sia pur drammatico ed estremizzato - essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sè, e andare avanti, "superare" i padri. Invece l'isolamento in cui si sono chiusi - come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù - li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato - fatalmente - un regresso. Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre. Ora così i capelli lunghi dicono, nel loro inarticolato e ossesso linguaggio di segni non verbali, nella loro teppistica iconicità, le "cose" della televisione o delle réclames dei prodotti, dove è ormai assolutamente inconcepibile prevedere un giovane che non abbia i capelli lunghi: fatto che , oggi, sarebbe scandaloso per il potere. Provo un immenso e sincero dispiacere nel dirlo (anzi, una vera e propria disperazione): ma ormai migliaia e centinaia di migliaia di facce di giovani italiani, assomigliano sempre più alla faccia di Merlino. La loro libertà di portare i capelli come vogliono, non è più difendibile, perchè non è più libertà. E' giunto il momento, piuttosto, di dire ai giovani che il loro modo di acconciarsi è orribile, perchè servile e volgare. Anzi, è giunto il momento che essi stessi se ne accorgano, e si liberino da questa loro ansia colpevole di attenersi all'ordine degradante dell'orda.

[1]Roberto Esposito, Pensiero vivente, cit., pag. 198.
[2]Come sostiene viceversa Marco Belpoliti, secondo il quale «l’etica di pasolini si fonda sull’estetica omosessuale», il che sarebbe evidente proprio dal primo articolo degli Scritti corsari dedicato ai capelli lunghi. Vedi Marco Belpoliti, Pasolini in salsa piccante, Ugo Guanda Editore, Parma 2010, pag. 9.