“Donne Briganti combattenti per la libertà nel XIX SEC.” EPISODIO 1

“La figura delle brigantesse sono state spesso dimenticate dagli storici. Nella popolazione non solo maschile generò un notevole consenso.”


di Alessandro Costa
15 Jan 2024

La figura delle brigantesse è stata spesso dimenticata dagli storici che hanno sempre raccontato il fenomeno del brigantaggio che esplose nel Sud Italia generando un notevole consenso tra la popolazione non solo maschile. Il movimento riuscì a raccogliere giovani donne, madri, mogli, munite di una grande passione e voglia di rivendicazione sociale unendosi alla causa per partecipare alle battaglie che si tennero tra Campania, Basilicata, Calabria e Molise, ma soprattutto nel Regno di Napoli. Donne di grande coraggio capaci di utilizzare armi oltre che prendersi cura dei loro uomini curandoli e rifocillandoli. Le figure femminili delle brigantesse raccontano una storia di lotta senza timore, imbracciando fucili e coltelli dopo il 1860, vivendo lunghi periodi di latitanza e mettendo in pericolo la loro vita pur di vedere le loro terre libere dalla sudditanza dell’invasore. La condizione femminile della donna in quel periodo, nella società contadina dell'800, (lo possiamo vedere negli scritti di Pani Rossi) è caratterizzata da una  famiglia che non ha unità e dall'uso il concubinaggio che è come una normale consuetudine. All'uomo gli si può riconoscere lo status di due famiglie, offendendo la dignità della moglie, l'aureola della madre, la coscienza della donna, senza che le fosse dato di sollevarsi da tanta umiltà per elevatezza di mente e di studio che non ebbe: solo per le fatiche domestiche o a lottare per evitare le percosse subite dall'uomo. Del marito fu prima, arnese di voluttà, poi madre e mucca dei figli; per brevetempo massaia e da ultimo ancella. (E.Pani Rossi, La Basilicata, Ed. W. Casari, Salerno, 1972, pp. 82-84). La condizione di vita di queste povere donne, che hanno vissuto sulla propria pelle il dramma della persecuzione, della miseria, dello sfruttamento e della prevaricazione non solo dall'oppressore ma anche dal proprio congiunto è il dramma delle "brigantesse".

La causa era la mancanza dell'equilibrio familiare, madri senza più figli, ragazze diventate orfane o vedove: donne disperate, obbligate a ribaltare l'ormai normale ruolo di rassegnazione e di sudditanza, dimostrando notevoli capacità di adattamento alle scelte di affiancare con coraggio i loro compagni  nella partecipazione alla rivolta contadina. La presenza di molte donne nella seconda metà dell'800 nell'organizzazione brigantesca è storicamente accertato, infatti non si può immaginare che in una banda ben organizzata si potesse fare a meno della presenza delle donne. I motivi sono da ricondurre ad una questione logistica, di collegamento di approvvigionamento ed affettivo.

La donna del brigante si poteva trasformare in brigantessa, con il compito di vivandiera e di infermiera, visto che i fuorilegge non potevano disporre né di medici né di ospedali. Erano abili, le donne, a soccorrere i feriti che venivano curati all'interno del bosco, ma quelli più gravi, quando non si riusciva a ricoverarli, si era costretti a sopprimerli, perchè non facessero rivelazioni che potevano compromettere la banda. Sapevano sparare con il fucile, leste con il coltello e nella ferocia non erano meno degli uomini, infatti si ricordano, in quanto ad efferatezza.

Maria Oliviero calabrese, chiamata La brigantessadelle brigantesse, moglie dello spietato capobrigante Pietro Monaco, di istinto crudele, aveva ucciso per gelosia la sorella Concetta in casa sua. In breve divenne lei la dominatrice di tutta la banda. Imperversò per quattro anni nelle campagne tra Cosenza e Catanzaro. Nel gennaio del 1864  fu presa per il tradimento di due briganti pentiti che uccisero nel sonno il marito e ferirono lei al braccio. Tradotta nel carcere di Policastro, venne condannata a morte, poi la pena venne commutata in condanna ai lavori forzati a vita.